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Testo di Michele Augurio
Ormai è diventata un’avventura la lettura dei quotidiani, ogni giorno vi è la scoperta di una nuova “violenza”, di un nuovo “orrore”, di una “nuova disgregazione familiare” spesso con esiti nefasti. Le relazioni interpersonali, gli affetti sono calpestati nella quotidianità dell’individualismo, bloccate dalle paure che spesso ognuno di noi si porta dentro.
La fine di una “storia d’amore”, che è stata alla base della costruzione di legami familiari, diviene terra di conflitti, di colpi bassi ed egocentrismi, tutto questo sulla testa dei bambini, senza pensare al loro benessere già vacillante di fronte a relazioni che, da tempo, si sono sfilacciate.
Ciò che più mi lascia allibito è la posizione dei media, che a fronte di un malessere conclamato, continuano solo ed esclusivamente a ricercare un colpevole, un “mostro” su cui costruire delle storie, senza minimamente soffermarsi sulle cause di questo malessere affettivo.
Che la famiglia, con le sue relazioni complesse, sia al centro di una crisi profonda è palese ed evidente; ma una domanda mi sorge spontanea: Dove sono i servizi territoriali? I consultori? Dov’è la politica dell’infanzia e della famiglia? Quale prevenzione e quale aiuto diamo?
Mi rendo conto che sono domande, alle quali non è facile dare delle risposte; ma qualcosa è importante dire. I servizi territoriali, che avrebbero dovuto sostenere i processi relazionali, sono impoveriti dalla delegittimazione che essi stessi si sono dati, ponendosi come entità di controllo e non di aiuto.
L’interconnessione tra i due termini: controllo ed aiuto, doveva essere alla base dell’intervento psico sociale, attraverso una attenta analisi dei bisogni, una loro condivisione per attuare strategie comuni servizi/utenti, capaci di costruire processi di autonomia e crescita individuale.
Condivisione significa analizzare il “disagio” non solo attraverso un giudizio tecnico, ma condividendolo con la persona utente, non esprimendo giudizi di inaffidabilità ed inattendibilità, ma pronti, pur in un momento difficile, da parte della persona, di esprimere risorse, di risollevarsi dal caos emotivo ove è impantanato, ad attivare meccanismi di aiuto e sostegno. A volte per ricostruire bisogna abbattere ciò che è instabile, ma è proprio in questi momenti di instabilità che la persona non deve restare da sola, che gli stessi servizi che hanno decisi l’abbattimento di ciò che era pericolante, lavorino, attraverso una presenza costante, per ricostruire il nuovo su basi solide e durature.
La non creazione di un clima di fiducia, suscita diffidenza paura; ed è così che ormai sono vissuti i servizi e la magistratura minorile, come realtà lontane che decidono, in modo arrogante sulla vita relazionale delle persone. E’ vero che intervenire snella famiglia, sulle relazioni affettive è molto complesso e difficile, e che spesso questo intervento rischia di essere demonizzato e non capito; ma appare opportuno riportare la famiglia al centro di una politica di sostegno. La genitorialità ha bisogno di essere rafforzata, le dinamiche familiari ed i bisogni dei figli riscoperti, attraverso una attenta lettura delle dinamiche intrapersonali.
La famiglia deve ridiventare “il luogo degli affetti”, l’ambito di crescita emotiva e di stabilità per i bambini ed i suoi genitori. C’è bisogno di uno spazio d’ascolto per l’adulto, luogo di accoglienza dell’emotività, di lettura degli eventi ed accompagnamento alle risorse necessarie per riemergere dalla crisi.
Il territorio, attraverso si suoi servizi, deve riappropriarsi del suolo ruolo di solidarietà ed accoglienza, mitigando e sostenendo le differenze, le diversità che spesso sono fonti di paure e preconcetti. Per fare ciò, a mio avviso, non c’è bisogno di tecnici che “insegnino”, ma di tecnici che “accompagnino” e “condividano” le difficoltà, le gioie, le risorse; tecnici che aiutino il singolo a scoprire le proprie risorse, le proprie capacità.
L’intervento “terapeutico”, basato su modalità operative consigliate dall’operatore, rischia di non avere alcuna valenza, se questo non è frutto del vissuto dell’utente. Se come cittadino non comprendo e non sento mio il consiglio che mi è stato dato, non sarò mai in grado di farlo mio e muovermi di conseguenza.
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