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Alla presentazione della domanda di disponibilità all’adozione, ai coniugi viene chiesto un atto di assenso sottoscritto dai loro genitori a sostegno di tale disponibilità. Non è una richiesta formale o meramente burocratica; è una richiesta carica di significati poiché anche ai nonni, in modo informale, viene chiesta la consapevolezza di accogliere nel proprio nucleo un bambino che, a tutti gli effetti, giuridici, morali ed economici, diverrà un “nipote”.

Si chiede un pronunciamento, una dichiarazione sottoscritta di responsabilità, anche se non piena. Questo resta l’unico atto visibile che viene chiesto ai nonni, poi il limbo, come se per loro, l’essere stati formalmente coinvolti nella decisione dei figli, non rappresenti un dispiego di emozioni, sentimenti ed aspettative future.

L’idea giuridica di un coinvolgimento totale del nucleo allargato nella scelta adottiva dei coniugi, ben presto si arena nella parcellizzazione del contesto familiare, ove la centralità della conoscenza diviene la coppia, quale entità a se stante e non più inserita in un contesto familiare allargato. Pur restando fermi nell’idea che i genitori sono gli elementi portanti del processo educativo del proprio figlio, non si può non riconoscere che, spesso, i nonni assumono un ruolo di vicariato in tale azione educativa, non solo per la loro presenza, ma, soprattutto, perché spesso occupano con i nipoti gli spazi vuoti che i genitori sono costretti a lasciare per impegni lavorativi.

La scelta adottiva, a mio avviso, è ancora più totalizzante, poiché l’accoglienza della diversità di nascita, etnica, culturale, somatica, non riguarda solo la genitorialità specifica, ma la familiarità allargata; poiché è tutto il contesto familiare che, direttamente ed indirettamente, se ne deve fare carico.

Come Associazione abbiamo iniziato, solamente iniziato, a scoprire questo “tassello mancante” di una parte della famiglia che resta “nascosta”.

Abbiamo iniziato ad incontrare per accogliere i loro pensieri, i loro dubbi, qualora ne avessero. Nel dar voce al loro silenzio, attraverso alcuni incontri organizzati in piccoli gruppi, sono emersi degli spaccati emotivi molto interessanti, che brevemente riporto di seguito:

  • Il rispetto della decisione dei figli e la loro voglia di approfondire.
  • La difficoltà nel non comprendere i tempi lunghi dell’adozione.
  • La “paura”di loro atteggiamenti differenti tra nipoti adottivi e quelli biologici.

Sono emerse altre particolarità specifiche, ma le tre categorie sopra elencate sono quelle principalmente espresse dal gruppo di nonni.

Ciò che mi ha colpito molto è la decisione di “restare nell’ombra”nei confronti della scelta dei figli; la stragrande maggioranza ha verbalizzato che avrebbero voluto discutere di più con i figli su questa scelta, ma che non lo hanno fatto per non interferire con la decisione che i figli stavano prendendo o, in alcuni casi, avevano già preso. Non hanno discusso, o si sono fermati ad una discussione superficiale, per non influenzare la scelta dei figli; mentre in cuor loro, anch’essi avevano bisogno di capire, di avvicinarsi di più, non solo alla decisione che i figli stavano prendendo, ma alla comprensione di ciò che poteva accadere “nell’accettare un figlio nato da altri”.

Molti di loro hanno affermato di aver visto i figli “crescere nella loro motivazione adottiva”, di aver acquistato serenità e consapevolezza. Questo processo di acquisizione da parte dei figli li ha tranquillizzati, ma contestualmente ha aumentato in loro il distacco dalla comprensione e la paura di sbagliare al momento del “nuovo arrivo”.

Se è vero che la nascita adottiva è una nascita sociale, un inserimento nel tessuto familiare della diversità, non possiamo, sia come operatori che enti ed associazioni, non farci carico di questo tassello che sino ad ora abbiamo contribuito a tenere lontano.

UN TASSELLO MANCANTE: Il ruolo della famiglia allargata nell’adozione

Testo di Michele Augurio

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